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Home Page > Rubriche > L'esilio della bellezza Il tema della rassegna <I colori del territorio> di quest’anno, <in movimento>, mi ha prodotto una sorta di fibrillazione di entusiasmo in quanto il tema del territorio e del movimento si collega organicamente, senza alcuna forzosità, a un tema che non solo è sempre più largamente diffuso nella cultura contemporanea, anche se pensato con superficialità e poco interiorizzato, ma soprattutto, dal mio versante di studio e di insegnamento, a un tema dal quale oggi come oggi dobbiamo necessariamente partire per disegnare nuovi orizzonti di senso e per dare concretezza al principio di educazione come cura della persona. Viviamo – e voglio dirlo con celerità perché è diventato ormai un luogo comune – in un mondo che ci piace sempre meno e una vita che ci soddisfa sempre meno: la qualità della nostra stessa vita è assai scadente, pur se non viviamo in una condizione sociale ed economica da terzo mondo. La causa prima di questo scadimento risiede, a mio avviso, nelle scelte economiche che abbiamo compiuto e subìto: un’offerta che potesse non solo soddisfare la domanda ma anticiparla e prevenirla ovvero una economia fondata sui consumi e quindi sulla produzione a costi sempre minori in una condizione di agevole scambiabilità dei beni di consumo. Oltre che produrre degli sconvolgimenti negli assetti economici e produttivi tradizionali questo ha prodotto anche uno sconvolgimento culturale, poiché un mondo che produce beni fruibili da tutti dev’essere omologo, uguale per tutti, anonimo nella misura in cui deve rispondere a uno standard stabilito dai paesi che dominano il mercato. I primi segni di questa mondializzazione li abbiamo visti con l’avvento del villaggio globale massmediologico: fu allora che la forma cominciò a prevalere sulla sostanza, l’apparire sull’essere, nacque l’<internazionale dei jeans> ovvero i nostri ragazzi cominciarono ad apparire e a comportarsi come i ragazzi di ovunque, e ciò avviò un processo inarrestabile di perdita delle radici e dell’identità; ai valori che coltivavano i giovani degli anni Cinquanta, che il collega Luciano Erbetta nel saggio Il tempo della giovinezza ha riassunto nelle <tre M> (macchina, moglie, mestiere) i giovani degli anni Sessanta sostituirono quelli di sesso, socialismo e GT, dove in evidente contrasto con le idee socialiste e utopiche di Che Guevara l’automobile sportiva s’imponeva come status symbol e condizione necessaria per avere consenso e successo. Marshall Mac Luhuan disse allora che il medium era esso stesso messaggio, e quando ironicamente Ennio Flaiano rispose <Va bene, professore: da domani leggeremo il postino>, diagnosticò, in fondo, una realtà innegabile: la forma prevaleva sul contenuto, l’apparire prevaleva sull’essere e, affinché determinati messaggi trovassero ricezione sempre più ampia, bisognava che fossero standardizzati, decontestualizzati da ogni condizione di diversità. La società cominciò così a vivere quella che viene definita dai sociologi condizione di individualismo gregario ossia un mondo nel quale noi siamo liberi di fare quello che fanno gli altri. Fu in quegli anni, quelli del ’68 che divamparono come un incendio bruciando alla fine indistintamente tutto, anche i motivi positivi che ne erano alla base, che vennero alla luce le opere di Marcuse e di Fromm, da L’uomo a una dimensione a Avere o essere?, opere oggetto di appassionate dispute ideologiche ma di scarsa riflessione critica. Non ci si accorse, evidentemente, che quel fenomeno era strettamente collegato, in un legame necessitante, a quello del degrado dell’ambiente e allo stravolgimento delle nostre città, dei nostri paesi e del nostro territorio nella sua accezione più ampia. La circolazione delle merci in un territorio senza confini e la relativa fruizione di esse aveva bisogno di un mondo uguale e indistinto, dovevamo sentirci americani per acquistare i prodotti sollecitati dall’economia americana e sentirci appartenenti di un mondo che per farci muovere col petrolio ci spingeva a fare anche le guerre per il petrolio. Detto in poche e povere parole, la globalizzazione non è altro che questo, con la conseguente conclusione che ciò che maggiormente conta è il profitto, il mercato al di sopra delle esigenze sociali ed etiche cui lo Stato deve dare risposta. Il presidente Reagan, infatti, ebbe a dire che <lo Stato non è la soluzione di problemi ma è un problema>. Credo di essere nei confini di una oggettività storica e di non sconfinare in quello della contrapposizione ideologica che è mio dovere, qui, evitare. In questo mondo che ha visto avvicendarsi tradizionali parametri come quello della forza cui è subentrato quello della velocità (una volta i più forti vincevano i più deboli, oggi i più veloci vincono i più lenti), aumentano la libertà, lo scambio, la libertà reciproca, ma anche la solitudine: mentre si allargano l’orizzonte geografico e quello dei consumi si restringe l’orizzonte di senso, e aumenta il senso di sradicamento. Ci si offre la possibilità di condividere esperienze culturali ma perdono la loro potenza di espressione i significati condivisi: vediamo che c’è un rapporto inscindibile tra esperienza culturale e luogo poiché, isolata dal suo contesto territoriale, l’espressione culturale diventa l’ombra di se stessa. Dal momento che tutte le culture reali esistono nello spazio geografico, alla globalizzazione come apertura si oppone la globalizzazione come deterritorializzazione, come spaesamento e perdita di luoghi e di identità. Questi effetti sono stati esaltati come emancipazione e sono divenuti, nella cultura corrente, sinonimo di cosmopolitismo. Nella misura in cui ci illudiamo di essere cittadini del mondo noi viviamo in un mondo che è troppo grande per i problemi piccoli e troppo piccoli per i problemi grandi. La cultura legata alla terra, al luogo e allo spazio viene sempre più sacrificata alla logica del tempo e della velocità, e la perdita del luogo e dell’orizzonte, la cancellazione dei tratti simbolici che distinguono un luogo da un altro è l’equivalente della distruzione della biodiversità e della diversità culturale assimilate dal pensiero unico. Questo effetto è forse quello sul quale, sul piano di una cultura egualitaria e condivisa, si è riflettuto meno per impostare una seria ed efficace azione educativa, non solo per i giovani ma per la società tutta: dico l’<esilio della bellezza>: per bellezza, in questo caso, dobbiamo intendere non una bellezza estetizzante, o almeno non soltanto quella, ma la bellezza che è equilibrio, espressione dell’esperienza storica, ovvero bellezza che educa. Noi diciamo che le città oggi stanno involgarendosi e sono <brutte>: perché, e in che senso, sono brutte? Si vanno sempre più estendendo, oggi, i “non – luoghi”, ovvero luoghi nei quali le moltitudini si riversano per svolgere mansioni ma non per vivere un’esperienza di vita associata. Sono luoghi nei quali non ci riconosciamo, nei quali siamo in tanti ad essere soli, dai quali i tradizionali luoghi di aggregazione sono stati decentrati in periferie anonime e spesso non completamente urbanizzate (pensiamo per esempio alle scuole) e alle vie dei centri storici che sono diventate gallerie di negozi – “grandi marche”, di banche e di fast-food (pensiamo al Mc Donald sorto in piazza Esedra a Roma). L’antropologo M. Augè ha osservato che i luoghi rischiano di essere sopraffatti dai non-luoghi cioè dagli spazi anonimi: se il luogo è ciò che coniuga l’identità e la relazione, esso è legato alle radici, al passato, al paesaggio che i morti recenti hanno popolato di segni, è quindi in rapporto con la memoria e con i monumenti; lo spazio, per contro, è mera funzione, è geometrico ma non antropologico. I luoghi sono i volti del nostro abitare sulla terra e inseriscono le persone all’interno di una storia, di una memoria, di un progetto. E se l’educazione è in crisi questo è dovuto anche alla frequenza dei non luoghi nell’esperienza giovanile: < Lo spazio che il giovane abita è in gran parte costituito da non-luoghi, è, quindi, uno spazio che non gli offre alcuna identità e non gli pone particolari richieste situazionali ma solo prescrizioni astratte e impersonali, che non sono in grado di connetterlo ad uno spazio oggettivo e lo lasciano in balia della sua soggettività e di quelle a lui più prossime> (M. POLLO, Le sfide educative dei giovani di oggi) Vivere in un territorio che è diventato brutto perché abbiamo rotto l’equilibrio ci porta a vivere in un mondo che non è solidale e nel quale le relazioni sono diventate puramente strumentali e funzionali, senza il fiato caldo della partecipazione affettiva e della trasmissione di esperienze.
Ora, partiamo dalla considerazione che la naturale attrazione per la bellezza e le forme naturali è iscritta nella nostra natura di persona. Il “sentiero estetico”, quello della sensazione, della percezione delle forme e quello della bellezza naturale rappresentano una componente essenziale della vita e dell’educazione, sono un bisogno umano e non un lusso. Il bello educa sempre, dal kalokagathòs di Platone alla claritas di San Tommaso. Il bello educa sempre ed è necessario assorbire la bellezza prima di capirne la verità, in un incessante dialogo tra scienza e poesia, e c’è da aggiungere che la conoscenza non è nemica dell’incanto perché porta al rispetto.
La bellezza che bisogna recuperare non è – come dicevo poc’anzi - quella estetizzante ma quella che è figlia della misura e del limite ovvero la bellezza come equilibrio alla quale l’Europa si è dedicata da secoli; quella bellezza che Camus ha visto in esilio quando ha scritto <la nostra ragione ha fatto il vuoto. Finalmente soli, portiamo a compimento il nostro dominio su un deserto> e <la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni>. (A. CAMUS, L’esilio di Elena, in L’estate). Pertanto, se è vero che non-luoghi come i supermercati, i club vacanze, i centri storici ridotti a puri centri direzionali e le spiagge sono diventate volgari colate di cemento armato, è pur vero che bisogna meditare sulla lezione di Konrad Lorenz quando dice che il contrario di un errore spesso non è la verità ma un altro errore: bisogna evadere dall’alternativa falsa e distruttiva tra musealizzazione della natura e della storia e devastazione, tra dimensione estetica del paesaggio e dimensione economica, tra ciò che è utile e ciò che è semplicemente bello. Se i Greci non hanno mai separato la dimensione etica dalla riflessione sulla bellezza, è forse possibile trovare una misura tra questa loro sapienza e la saggezza cristiana che distingue l’etico dall’estetico, conciliare Atene e Gerusalemme. Pur se è lodevole, infatti, lo sforzo che oggi si compie nella direzione della tutela ambientale e del restauro, non dobbiamo tuttavia incorrere nel rischio dell’eccesso, che ci porta a un tipo di restauro filologicamente ineccepibile ma che non tiene conto dell’esperienza vissuta, e quindi a conservare la pietra consumata dal cammino di generazioni, o l’anello al quale si legavano gli animali, o il buco della “lattiera” alla porta (si veda, al riguardo, il bel romanzo di Giuliano Macchi, Dietro antiche mura, ed. Japadre, L’Aquila). In questo bisogno di recuperare la bellezza attraverso il ripristino e la riscoperta della bellezza, merita considerazione anche il camminare, che F. Cassano suggestivamente ha chiamato <l’umile preghiera degli arti inferiori>. Una città percorribile a piedi, contornata da una campagna con le sue vie strette, che assecondano i movimenti dei fossi e delle colline, vicoli che schiudono inquadrature di una città medievale come della campagna che la circonda valorizzano lo sguardo e la vita stessa. Questi luoghi possono trasformare un turista in un viaggiatore, una persona che indugia, si ferma, ripercorre le stesse strade che raccontano ogni volta una storia diversa, ma per far questo occorre porsi nella logica della lentezza, per ascoltare il paesaggio e le cose, come fa Rousseau ne Les reveries d’un promeneur solitaire. Strada facendo, camminando, si può ripensare a quanto diceva Dostojevskij, che il mondo sarà salvato dalla bellezza. Il grande pensatore spagnolo Ortega y Gasset diceva, nei suoi ritorni in Spagna, <qui mi sento in pace con i miei padri cantabrici> ovvero mi sento elemento di un universo armonico nel quale posso diventare quel che sono; di Michelangelo Buonarroti troviamo scritte, in una di quelle piccole e care chiesette romane, <e più sento il bene di questa bellezza>.
Noi dobbiamo lavorare per metterci in condizione di dire le stesse cose: abbiamo
diritto a una bellezza che ci faccia bene, che si offra non soltanto al nostro
sguardo ma anche al nostro cuore e alla nostra intelligenza. Franco Trequadrini |
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