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Home Page > Rubriche > Il libro senza qualità

Ci risiamo: anche quest’anno, a Natale, molti giornali, riviste e TV, si son ricordati che esiste un territorio sconosciuto e remoto, che ognuno crede di scoprire per la prima volta e sul quale tutti credono di poter liberamente esercitare il diritto di sentenziare, giudicare e giocare con le proprie opinioni che giocassero a palla: il libro per ragazzi.

Siccome quel territorio remoto non è, perché è presente nella nostra quotidianità ed è imbevuto della nostra sostanza adulta più di quanto non lo sia un libro scritto per quelli della nostra età, noi che quel territorio lo abbiamo scoperto prima di qualche altro e ci viviamo (volentieri) tutti i giorni, riteniamo doveroso fare qualche puntualizzazione ed entrare nel merito per fare giustizia di alcuni luoghi comuni e di fraintendimenti culturali.

Perché ci si ricorda a Natale dei libri per ragazzi? Forse perché sono oggetti da regalare, come il telefonino o la consolle giapponese ultimo grido? Non vogliamo ripetere discorsi già tante volte fatti né andare verso l’enfasi dell’ultima frontiera della lettura: il fatto stesso che ci si ricordi del libro quando dobbiamo fare un regalo significa che il libro noi lo vediamo come merce: se vogliamo fare un bel regalo andiamo in una libreria chic, di cui è disseminato l’atlante del nostro miserevole provincialismo, e compriamo il libro un po’ costoso, in elegante veste editoriale, magari con la gratificazione per chi si ritiene finemente colto e vuole andare a pescare nel mare delle stranezze e delle sofisticatezze di paludate case editrici che sembrano vivere nel culto del sublime (c’è una casa editrice di rara elevatezza culturale, di quelle con la carta ruvida, che mette insieme i contrari, come Satta e Levi, gli indiani e i lirici greci, Simenon e Manganelli) che hanno scoperto il pianeta dei ragazzini, così come c’è qualche scrittore che ogni tanto decide di concedere una favilla del fuoco sacro del suo genio ai bambini scrivendo una favola, o che so io…

Stiamo già mettendo molta carne a cuocere.

Perché la case editrici più di alto target e gli scrittori più celebrati scoprono il libro per bambini? Forse perché inseguono la propria infanzia? (a volte accade); forse perché scoprono l’importanza dell’infanzia e le conferiscono dignità culturale? Sono allarmati perché i bambini non leggono o leggono troppe insulsaggini e vogliono dare loro un prodotto veramente colto? Direi proprio di no. Gli è che, nonostante quel che si dice – e questo ce lo ripetiamo da tempo – i bambini e i ragazzi, non fosse altro che per il carico di lettura necessario che hanno, sono gli italiani che leggono di più, e perciò vi intravedono la possibilità del business. A volte, come si dice volgarmente, “toppano” e si ritirano dal mercato (del resto, non vi avevano investito più di tanto: il più delle volte avevano ripescato titoli già presenti in altri cataloghi), come è stato per Feltrinelli e per Adelphi. Gli scrittori: abbiamo davanti agli occhi due esempi chiarissimi: Isabel Allende concepisce una trilogia per i ragazzi, ed è la cosa sicuramente meno bella che abbia scritto la grande scrittrice cilena, anche se ispirata a un progetto di scrittura degno di tutto il rispetto; Tahar Ben Jelloun riscrive la fiaba della Bella addormentata: un prodotto di scrittura veramente brutto, non degno dell’autore di Moha le fou, Moha le sage, che mi sconvolse per il ritmo di una prosa che evocava il tam tam e una tragica macumba. Se è vero ciò che dice un proverbio africano, quando muore un uomo africano muore una biblioteca, nel senso (evidentissimo) che una cultura non scritta, con tutta la sua preziosa testimonianza di immaginario e di esperienza, perde un importantissimo pezzo? Perché, piuttosto che riscrivere fiabe della tradizione del marchen europeo, Ben Jelloun non salva dal silenzio perpetuo quella biblioteca che muore? Perché non ci aiuta a impiantare un archivio della fiaba mondiale, del quale scientificamente si sente il bisogno? Africanizzare una fiaba nostra non significa affatto fare una fiaba africana, e non è il caso neanche di parlare di interculturalità: in una società nella quale la convivenza multietnica è diventata normalità, non dobbiamo “mescolare” culture ma comparare processi e sistemi culturali: questo è il momento dell’educazione comparata, non più dell’educazione interculturale.

Quanto ai libri di qualità, intorno ai quali abbiamo girato a lungo, diremo che, su queste premesse, diremo che di tutto siamo autorizzati a parlare tranne che di qualità. Possiamo parlare di consumismo che comincia a guardare a un’offerta elitaria e non di target medio-basso, ma non di qualità, perché questa non è data, nel libro per bambini, né dall’eleganza della veste editoriale né dal profilo alto di chi scrive e stampa, ma dai contenuti e dai linguaggi che veicolano quei contenuti, dalla capacità che questi hanno di consentire ai bambini di farsi delle immagini mentali e di cogliere la multifattorialità del mondo bambino, quel colloide all’interno del quale coesistono stupore e disincanto, dolore e gioia, intuito folgorante e improvvisi momentanei obnubilamenti, luce e tenebra, insomma quel che Elemire Zolla in uno dei suoi ultimi libri descrisse come Lo stupore infantile. Da questo punto di vista, dopo Rodari e la felice fioritura degli anni Ottanta e degli inizi degli anni Novanta, abbiamo adesso una schiera di scrittori – eccezion fatta per Roberto Piumini, Beatrice Masini, Silvana Gandolfi e qualche altro – che si passano la velina e producono una letteratura stanca, senza imprevisti: la stagione dei Dahl, delle Pitzorno, Nosstlinger è finita.

Questo spiega perché c’è stata la compressione del consumo di lettura (non solo questo, ovviamente: anche una scuola e una famiglia povere di senso) e perché sembra riproporsi il fenomeno degli ultimi anni dell’Ottocento e dei primi del Novecento: c’era un limitato numero di lettori dei quali si conoscevano i gusti e scrittori che scrivevano per quei lettori.

In una libreria di Bologna la collodomane, collodofila, collodologa Daniela Marcheschi, impegnata in una discussione con chi sosteneva la necessità di libri e educazione/i e della lettura del sublime (<io leggo ormai solo Pausania> sosteneva una signora) sortì con la bella frase <ma se sostenete questi libri e non libri come Pinocchio vuol dire che del popolo non ve ne frega un piffero!>: già, proprio così. Il libro che raccoglie il senso di un’esperienza umana e sociale e rappresenta  fantasie e sogni condivisi non esiste più. Rimane il libro-evento, come Harry Potter, che potrebbe anche andar bene se arrivasse  in una clima di normalità e non di eccezione.

Non so se qualcosa riesca comprensibile da questa lettera confusionaria e affastellata di spunti che potrebbero diventare critici.

Si sarà capito, spero, che quanto a qualità non viviamo certo un momento felice.

Buon anno.

 Franco Trequadrini

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