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Home Page> Gli articoli della redazione> Articolo 9

CORAGGIO…NONOSTANTE TUTTO

         Cari amici,

dopo la torrida estate che a volte ha reso difficili le nostre vacanze, eccoci di nuovo alle prese con i rituali di sempre: si torna a scuola, si apprendono con diffidenza le prime novità, si salutano i nuovi colleghi, si frequentano svogliatamente le riunioni collegiali, qualcuno più sfortunato di altri è colpito da una overdose di ossequio ministeriale del dirigente scolastico è costretto a seguire il corso di aggiornamento sulla sicurezza, ma poi… entrano i bambini in classe, loro si aspettano qualcosa da noi, hanno anche fiducia in noi, e allora tutto passa in secondo piano: ricominciamo, convinti che pur navigando su una barca che prende acqua da tutte le parti dobbiamo condurla in porto per i nostri fragili e incolpevoli passeggeri.

E’ veramente così? Probabilmente qualcuno vedrà una pennellata deamicisiana in questo mio quadretto (nulla, più di De Amicis, lontano dai miei gusti), o forse mi rimprovera di calarmi in panni non miei, visto che insegno nell’Università e non nella Scuola Elementare. Premesso che dall’Università guardo con invidia alla scuola elementare, dove tuttavia è possibile verificare in qualche modo l’efficacia e l’utilità del proprio lavoro e un minimo di cultura pedagogica rimane a supportare scelte e decisioni, dico che senza una Scuola elementare in grado di procedere in un quadro ordinamentale chiaro e forte di una cultura pedagogica che si esprima come cura della persona in vista di una società più giusta e più equilibrata, chi fa didattica e ricerca in ambito pedagogico nell’Università si trova a non aver più un interlocutore valido e credibile.

Alla luce di questo dico allora che, se da una parte abbiamo la responsabilità morale di non far pesare sui bambini disfunzioni delle quali non hanno colpa, abbiamo la responsabilità etica di elaborare un progetto educativo e culturale che ponga al centro un orizzonte di senso che da un decennio si è perduto, da quando la didattica, rivendicando un ruolo di autonomia tra le scienze dell’educazione, ha degenerato in un didatticismo velleitario che ha fatto uso disinvolto di “prodotti preconfezionati” al banco dei sugelati della scienza. La scuola ha bisogno di ritrovare una congruità pedagogica, di rivestirsi di pensiero e di dare un significato pedagogico, e non meramente scolastico, a quello che nel suo interno intenzionalmente avviene. Viviamo nella cultura dell’effimero e in una contemporaneità che è solo presente senza sfondo storico, non commettiamo più azioni ma compiamo gesti, gesti che si consumano nell’attimo. Il compito di chi insegna, oggi, è quello di ridare importanza a ciò che una volta veniva chiamato “studio”, ovvero rischio dell’intelligenza, rovello del dubbio che spinge alla ricerca e all’approfondimento, umiltà di fronte alla scienza. Ciò non riguarda, ovviamente, striato sensu, la scuola primaria, ma la scuola primaria resta pur sempre il territorio privilegiato nel quale certe scoperte avvengono per la prima volta, e nel quale si compie l’iniziazione a quel solenne itinerario dell’intelletto che non ha termine per tutta la vita. E’ lì che si apprende attraverso i racconti e le testimonianze dell’umanità, e lì è sempre il luogo nel quale l’esperienza si condensa in concetto.

Viene varata adesso una riforma che non piace a tutti, e non vogliamo contribuire ad alimentare il fuoco della polemica, che slitterebbe nella diatriba politica: noi dobbiamo edificare una scuola che non sia né di destra né di sinistra perché non ci sono bambini di destra e di sinistra ma solo bambini che hanno bisogno – e diritto – di crescere n una società più giusta, più equa e più sana. Le imperfezioni, in questa riforma, ci sono (e quante ve n’erano in quella di Berlinguer?), ma chi insegna e educa sa che non può e non deve aspettarsi tutto dal legislatore e dalle riforme: la riforma perfetta non verrà mai, e forse è buona solo la riforma che si presta ad essere “riformata” (uh, quante volte sto usando questa parola!), migliorata e perfezionata.

Il nostro ruolo si gioca subito, hic et nunc: i bambini sono in aula, aspettano. Che facciamo?

Se guardiamo allo stipendio che perde giorno per giorno il potere d’acquisto, alla miserevolezza dei compensi e dei fondi da investire nella scuola, alla condizione dei precari, quest’anno non è come gli altri anni: un senso di sbigottimento, di scoramento e di rabbia impotente ci assale, una voglia di mandare tutto all’aria, ma non possiamo cedere, non possiamo permetterci il lusso di deprimerci, se amiamo ancora il nostro lavoro e nella scuola crediamo ancora. Dobbiamo combattere. Con quali armi? quelle della cultura contro le armi dell’ignoranza; con quelle della fede nell’educazione contro quelle di chi vuol sottomette la scuola a  progetti i cui fini non le appartengono; quelle del gusto della critica e della dialettica contro quelle dell’esecutività routinaria; con la sottile forza dell’intelligenza contro lo sterile solipsismo dell’autoreferenzialità.

Di fronte a una battaglia così importante Bimbolibro è poca cosa, ma è importante portare anche un granello di sabbia. Il sito è aperto, a disposizione di tutti voi che operate nella scuola, e anche di voi genitori pensosi dell’avvenire dei figli.

Ci sforzeremo per fornirvi un’informazione bibliografica di qualità; per testimoniare un impegno di militante oltre che di accademico; per intrattenere con voi e con gli studenti un dialogo fitto re continuo: abbiamo i forum, la chat e spazi per progetti, sperimentazioni. Vi aspetto!!!

Non possiamo permetterci il lusso di demoralizzarci: l’intelligenza è propria dell’entusiasmo, non della depressione.

Perciò, nell’augurare a tutti buon lavoro, dico: Coraggio, nonostante tutto, e rammento un proverbio di Gianni Rodari (dedichiamo quest’anno al sorriso pedagogico di Gianni Rodari, come lo definì Antonio Faeti!): Chi mai partirà, mai arriverà!

 Franco Trequadrini

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