A caldo, subito dopo aver assistito alla prima proiezione dell'attesissimo
Pinocchio di Roberto Benigni, alcune
considerazioni si impongono specie a chi, come il sottoscritto, di Pinocchio
e della letteratura per l'infanzia ha fatto l'oggetto centrale dei suoi studi,
delle sue ricerche e del suo impegno didattico nell'università: liberiamoci
subito, con un intervento "demolitivi", di tutte le metastasi interpretative che
si sono diffuse sul corpo della critica collodiana in circa cento anni di
storia.
Dalle simbologie bibliche alle allegorie freudiane e junghiane, dalle indagini
demologiche a quelle più sofisticate dell'antropologia culturale, dalle analisi
letterarie a quelle sociologiche, su Pinocchio si è detto di tutto e
troppo, perdendo di vista la sostanza essenziale e vitale dell'opera cioè che
essa è una fiaba moderna perché al pari della fiaba invita a giocare tutti;
perché attraverso le figurazioni degli aspetti più inquietanti del reale (la
morte, l'esperienza del male, l'abbrutimento - vedasi la trasformazione in "ciuchini"
-) fa entrare la vita nel racconto fantastico. L'aver dimenticato tutto questo
ha portato a preferire opere come Cuore, nelle quali la propositività
pedagogica era più scopertamente intenzionale ed esplicita, con grave danno
della letteratura per l'infanzia che di opere come Cuore dovrebbe proprio
fare a meno.
Dal punto di vista rigorosamente filologico vi sono alcuni "tradimenti"
(mancano mastro Ciliegia, il tonno e il cane che mettono in salvo Pinocchio e
Geppetto), ma vi sono delle "aggiunte" straordinarie: l'esordio del cocchio
trainato dai topolini e la farfalla, che fa dire a Medoro che essa è la
materializzazione della felicità perché vive solo un giorno, giusto il tempo di
essere felice; l'inaspettata saggezza di Lucignolo il quale, all'annuncio che il
maestro certamente lo boccerà, dice: "sì, lo so, ma lo perdono" (quanti e quali
sono i modi di bocciare della scuola? ci sarebbe da fare una lunga riflessione
pedagogica su queste parole messe in bocca a Lucignolo!).
C'è poi la rappresentazione del paese come tòpos affettivo e sentimentale, della
campagna toscana aperta e felice di sovrana bellezza, spazio pedagogico
indispensabile a Pinocchio per compiere il proprio inventario del mondo e per
esprimere l'incontenibile fisicità del bambino che esplica il proprio
apprendistato umano giocando.
Con le sue gags non eccessive, con il cenno lieve e non insistito del naso che
s'allunga che ha dato di Pinocchio la falsa immagine del bugiardo laddove esso
significa soltanto che i bambini nel loro ingenuo candore non riescono a
nascondere le bugie e che spesso si è costretti a fingere per compiacere chi ci
sta di fronte, Benigni ci ha restituito il Pinocchio dei figurinai,
quello vero, preesistente all'estetica disneyana falsamente consolatoria: ci ha
restituito Pinocchio bambino, nell'interezza della sua dimensione ludica e nel
dramma della sua crescita, poiché "in corpore vili" su se stesso egli fa
esperienza del male, del dolore, della fatica, ma anche del bene e dell'amore.
La fatina, magistralmente interpretata da Nicoletta Braschi e Geppetto,
anch'esso magistralmente interpretato senza sbavature patetiche da Giuffrè,
sono figure amorevoli le quali sanno che solo attraverso quel doloroso tirocinio
Pinocchio potrà crescere e non lo proteggono più di tanto, limitandosi a
contenere la sua carica trasgressiva. E che dire del ciuchino Lucignolo morente,
al quale Pinocchio fa dare un'ultima leccata al lecca-lecca al mandarino? Si era
visto mai qualcosa di più poetico nelle trascrizioni cinematografiche di
Pinocchio? Non certamente in quella di Comencini, che pure era stata finora
quella più importante, troppo attenta a ricondurre la narrazione dentro una
visione realistica del mondo.
Benigni, invece, sembra fare propria la convinzione di Tadini secondo la
quale "mito e fiaba non ci distraggono dal mondo. Con il mondo ci impegnano, e
strettamente", e ci richiama al mito dell'infanzia che non può e non deve
tramontare. Infatti, la conclusione è di sapore saintexuperiano: dopo che
Pinocchio ha esclamato "com'ero buffo quand'ero un burattino" la fine viene
rimandata di poco: c'è Pinocchio che compìtamente si reca a scuola ma, appena
l'uscio della scuola si chiude alle sue spalle, si vede sul muro la sagoma del
burattino e poi la farfalla, che vola verso lo spazio libero della fantasia
invitando a un'esperienza di felicità, che dura un giorno, ma il giorno
successivo risorge grazia alla capacità di stupore che è propria dei bambini.
Insomma, si ha la sensazione di aver assistito alla rappresentazione di un
grande mito umano, di un'insuperabile opera di poesia che si colloca a una
distanza siderale da trascrizioni come quelle di Comencini e di Disney.