|
Editoria e Pubblicazioni > Letteratura e mare Una vera e propria letteratura marinaresca in Italia la troviamo o nella letteratura divulgativa e di viaggi, esplorazioni e avventure molto in voga nella fine dell’800, quando vi fu una larga fioritura di periodici e riviste dedicate a questo specifico argomento, o nella letteratura per ragazzi, specie quella d’avventura: Salgari ha fatto del mare lo scenario di molti suoi romanzi e il suo progetto di letteratura avventurosa ebbe una giustificazione “pedagogica” nel fatto che, all’indomani della cosiddetta terzi guerra di indipendenza, lo scrittore veronese ritenne vergognoso per un paese circondato da tre lati dal mare essere sconfitto in una battaglia navale; egli voleva educare dunque i giovani italiani ad amare e padroneggiare il mare e a rafforzare il sentimento di eroismo e l’ardimento, visto che la generazione presente aveva dato preoccupanti segni di rammollimento. Sulla scia di Salgari si mossero i suoi epigoni, come Motta e Jack La Bolina ma, in seguito, una letteratura marinaresca vera e propria non è mai nata. Del resto, non è di quella che noi vogliamo occuparci bensì di una letteratura che veda l’elemento del mare, oltre che come fattore mitopoietico ovvero creatore di immagini poetiche, come motivo antropologico che intride di sé la cultura, il pensiero e l’agire, e questo, sinceramente, nella letteratura italiana di questo secolo, manca. Non c’è una caratterizzazione forte, un imptinting antropologico e sociale che invece è presente in tanta letteratura dedicata e ispirata alla montagna, eppure la nostra civiltà, come tutte quelle del mediterraneo, viene dal mare. L’epica che primamente ha formato il nostro immaginario collettivo ha come scenario il mare: l’Odissea, le Argonautiche, l’Eneide sono i testi sacri della nostra cultura mediterranea e hanno come luogo naturale il mare. Come mai? Forse è dovuto al fatto che nel Medio Evo per ragioni difensive il centro delle attività si è localizzato in alto e all’interno il nostro oblio del mare? Oppure al fatto che il mare, nella sua infinitudine e quindi della sua indefinitezza, poco si presta a identificarsi in un luogo, come invece la montagna? Mi spiego: se dico “Gran Sasso” è automatico il riferimento all’Abruzzo, ma se dico “Mare Adriatico” il riferimento all’Abruzzo non è altrettanto automatico perché il mare Adriatico non è soltanto abruzzese ma è veneto, romagnolo, marchigiano, abruzzese, pugliese. Probabilmente entrambe le ragioni appena esposte sono valide, poiché la prima può aiutarci a comprendere anche come mai lo stesso folklore sia poco caratterizzato dal mare, e la seconda può farci capire come il mare sia presente nel nostro immaginario ma senza una determinazione localistica forte. Comunque sia, farsi una coscienza e una cultura del mare è oggi di fondamentale importanza, soprattutto per chi farà professione di educazione ambientale, perché nell’era della globalizzazione il mare è diventato il non-luogo per eccellenza, il territorio principe nel quale è iniziati quel processo che chiamiamo “esilio della bellezza”. Le città, come vediamo, diventano sempre più dei non-luoghi, nel senso che la vita è decentrata, i centri storici sono sede solo di uffici e di negozi ma non sono più luoghi di aggregazione sociale, di incontro, di lavoro e di riferimento affettivo, nemmeno quando i centri storici sono restaurati: i restauri, infatti, sono filologicamente ineccepibili nel senso che restituiscono alla veduta edifici e monumenti così come furono concepiti, ma non testimoniano l’uso, l’ esperienza umana che nei secoli vi si è svolta né danno la possibilità di localizzarvi un’esperienza, ma si offrono a una fruizione puramente mussale. Il lavoro, la casa, lo svago sono decentrati altrove, in una periferia che nel migliore dei casi offre dei servizi ma non ha una caratterizzazione propria, non si costituisce come “ambiente”. Tale processo di mercificazione e di spoliazione di identità ha avuto luogo innanzitutto nelle località di riviera: Rimini diventa una capitale del divertimento estivo e balneare che evoca più Atlantic City che una località italiana; le nostre località di mare sono state strette in una morsa di cemento armato che ha distrutto l’ambiente marino conosciuto, come le plaghe di macchia mediterranea, le dune (vedasi il saccheggio ai danni del Gargano), e noi abbiamo subito in silenzio questa aggressione, senza ribellarci; se campagne di opinione pubblica e di ribellione ci sono state per difendere la montagna (vedasi la quèrelle per il terzo traforo del Gran Sasso), nulla si è fatto quando kilometri di spiaggia sono stati lottizzati come terreno edificabile, quando sono stati costruiti edifici di dodici piani in riva al mare, quando il mare è stato usato come una cloaca a cielo aperto. Di qui è nata l’idea di dedicare un corso alla presenza del mare nella nostra letteratura. Come dicevo all’inizio, fatte pochissime eccezioni come Raffaele Brignetti e Mario Comisso, e Vittorio G. Rossi il quale, però, da viaggiatore instancabile quale è stato, ha parlato più di mari esotici che del nostro mare, non abbiamo in Italia scrittori che abbiano fatto del mare la ragione principale della propria scrittura e della propria avventura umana. I testi raccolti in questa breve silloge lo testimoniano. Troviamo in essi il mare visto in analogia o in similitudine con la vita o con il proprio stato d’animo, il mare come metafora della vita, ma il mare è dato tutto sommato per scontato: non ci si interroga intorno ad esso, non si interroga il mare, non si ascolta il mare. Certo, le visioni suggestive non mancano: soprattutto in Dino Campana che in presenza del mare libera le sue pulsioni sessuali e lipidiche, la sua cupidigia di luce, di colore e di eccesso con una risonanza profonda di sonorità (fiumi elettrici) e di complessi circuiti della memoria associativa (la meridionale femmina dei porti), ma anche nella poesia di Pietro Jahier che ambienta nel mare il dramma del giovane soldato strappato dalla guerra ai suoi affetti, o quella di Cesare Pavese, legata anch’essa a immagini di dolore e di sofferenza profonda, ma dobbiamo dire che il canto di queste poesie è nel complesso monocorde, conosce poche variazioni: segno, evidentemente, di una poco convinta interiorizzazione. |
|
|
Powered & ©Copyright
2001/08 by:
|